Caro Diario,
‘Oh, … e che cosa faccio ora?” costituiva il mio stato d’animo alla mia primissima mediazione.
Mi sono ripetuto molte volte il discorso introduttivo, modulando il tono di voce, scandendo le parole, ripetendo il discorso allo specchio, come a un esame universitario, tanto tempo fa. La mediazione telematica mi ha aiutato, in quanto mi sono fissato un foglio sopra la telecamera, dove l’ho scritto. Ma l’ansia era prevalente in me.
Ho bisogno di una verifica del mio comportamento, di quanto e del come l’ho detto, come quando sono relatore a un convegno, e chiedo al pubblico se i concetti che ho esposto sono apparsi chiari o hanno bisogno di una migliore ricognizione. La mia preoccupazione è la chiarezza nell’esposizione, l’uso del tono della voce.
Al di là del discorso introduttivo nella mediazione, anche quando partecipo quale mero tirocinante, ascolto i miei colleghi mediatori, e ne sondo gli stati d’animo, non a partire dai loro volti – impassibili – ma dal tono di voce, dal contenuto di quello che dicono.
Quando all’esame dopo il corso di mediatore, ci siamo misurati in una serie di simulazioni, la mia impressione era che – oltre al comportamento delle parti (quando c’erano) e alla loro volontà di cercare una soluzione – fosse il mediatore a essere sotto esame, dove il successo della mediazione fosse dipendente dal mio mutismo o ermetismo, dalla mia incertezza nell’esposizione, dalla mia mancanza di autorevolezza, in una parola dalla mia superficialità. Questo perché non ho utilizzato appieno le tecniche della mediazione apprese.
La funzione del tirocinio, ovvero assistere alla mediazione senza essere un mediatore designato, è uno strumento che ho ritenuto utile nella sua ripetizione, per calmare l’ansia del ‘se fossi stato io al loro posto’ come mi sarei comportato?. L’essere un tirocinante mi
ha aiutato a stemperare le emozioni, a vedere gli eventuali errori dei mediatori, ad apprendere le tecniche nella loro esecuzione. A come evitare gli errori.
Ci sono poi due aspetti da non trascurare nella gestione delle mie emozioni: la scrittura di un verbale (su format già pronto) e l’apposizione della firma elettronica a esso; la spiegazione alle parti delle tariffe della mediazione, e dei vantaggi fiscali nella conclusione positiva della mediazione. Già perché – oltre a essere preparato nella corretta scrittura del verbale, ne devo immediatamente rendere conto alle parti e ai loro legali: non posso essere e neppure apparire incerto. Ansia. Ma l’ansia si vede in ogni momento della gestione della mediazione, anche se nell’organismo a cui appartengo siamo sempre in due mediatori a gestire ogni mediazione.
Una delle cose più difficili è chiedere i soldi, ovvero spiegare le tariffe. Spesso le parti
credono che il lavoro del mediatore sia gratuito, e nello spiegare che no, a ogni lavoro si
esige il giusto compenso, non sempre è compreso.
Quindi, oltre all’ansia ci vuole pazienza. E su tutte la preparazione alle tecniche della
mediazione, padroneggiandole.
Sono spiegazioni tecniche che devono essere preparate da un mediatore autorevole, a un
eventuale contraddittorio, che devono essere chiare nella mia testa per poter essere
indicate con efficacia.
Caro Diario,
mi sono spesso chiesto perché non diffondere le tecniche della mediazione a scuola, formando gli insegnanti, ed evitando in tal modo un possibile bullismo. In altri abiti lo sto già facendo.
Credo che le emozioni di un mediatore si possano vedere anche in questi ambiti.
Caro Diario,
mi sono messo nella pelle delle parti che volontariamente o meno vengono in mediazione.
Mi sono chiesto che cosa si aspettassero da noi come mediatori.
Certo comprendo le parti che volevano assolutamente andare in giudizio, perché solo in tale sede possono sfogare la loro aggressività. Possiamo dire quello che vogliamo, ma non riusciremo a convincerli che la mediazione serve a trovare una soluzione, a trovare un
accordo con minori costi e minori stress. Come capo scout sono abituato a stemperare, ad ascoltare, a dare l’esempio. Ma non posso dar l’esempio come mediatore. O meglio, non è previsto che un mediatore lo dia.
Se fossi una delle parti che desidera trovare una soluzione, guarderei negli occhi il mediatore, e gli chiederei la sua opinione, se ci sono speranze di trovare un accordo, se secondo il mediatore ci possono essere punti di incontro con l’altra parte, di portare in ambascia a controparte una proposta di accordo, perché non ho voglia di litigare.
Insomma, vedrei il mediatore come un facilitatore, una persona che mi può aiutare nella mia voglia di pace con controparte. Gli chiederei di formulare una proposta di accordo tra me e la mia controparte. Il mio dubbio è trovare un mediatore che abbia il desiderio, e la capacità di formulare ipotesi di accordo. Se ritornassi per un attimo mediatore anziché parte, sarei in grado di soddisfare le aspettative di quella parte?
Spesso mi sono chiesto come interpretano il loro ruolo gli avvocati che stanno in mediazione. Questo perché ho visto colleghi mediatori che in taluni procedimenti sono invece legali di una delle parti. Il loro atteggiamento cambia, talvolta dimenticandosi di
essere anche mediatori. Sono io a non comprendere.
Sul punto desidero raccontare un’esperienza personale, come parte.
Controparte ha richiesto – in un rapporto contrattuale – una prestazione non dovuta, a cui ho risposto personalmente ma con a fianco il mio legale per sicurezza, quali fossero i motivi in diritto che ostavano alla sua indebita richiesta. Attraverso il suo legale, controparte – non riconoscendo la giustezza delle mie osservazioni – mi ha fatto una proposta peggiorativa.
Orbene, essendomi prima consultato con il mio legale avevo proposto una mediazione volontaria, ma questi mi ha consigliato di attendere le mosse di controparte. La mia intenzione è quella di raggiungere un accordo in sede di mediazione, ma temo che
controparte voglia trascinarmi in giudizio. Invocherò in comparsa di risposta l’applicazione dell’art.96 c.p.c., guardando alla reazione di controparte? Oppure me ne starò buono fino allo svolgimento della mediazione? Ora non lo so ancora.
Caro Diario,
come ovviare queste e altre incertezze?
Due gli strumenti che ho individuato: lo studio e il confronto. In entrambi i casi l’organismo di mediazione a cui appartengo offre a noi mediatori – mensilmente – degli incontri obbligatori in cui vengono trattati questi e altri argomenti.
L’uso delle tecniche di ascolto, di lettura dei volti, delle emozioni delle parti, della preparazione, e di un comportamento autorevole mi aiutano. Anche se ho più confidenza con la parola scritta che nella gestione di situazioni qualsivoglia.